LA LOGOSINTESItm

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DOMANDE FREQUENTI SULLA LOGOSINTESItm

Tratte dal manuale "Logosintesi per operatori",
disponibile gratuitamente in: www.reshape.it

Sommario

  • Come possono essere definiti gli aspetti da trattare?
  • Come si puo' aiutare il cliente nello svilupparsi del processo?
  • Come assistere il cliente nella formulazione delle frasi?
  • Quanto tempo deve esser lasciata agire la frase?
  • Quale atteggiamento deve tenere il terapeuta?
  • Come si possono "fissare" i risultati conseguiti?
  • Quali effetti puo' avere sul medio termine una sessione di logosintesi?
  • Come si presenta la stratificazione delle dissociazioni?
  • Il procedimento prevede che il cliente soffra?
  • Come si accede al problema nell'inconscio?
  • In cosa si differenzia la logosintesi dalle altre psicoterapie?
  • Quando è opportuno applicare la logosintesi dopo un trauma?
  • Come bisogna comportarsi in caso di mancato effetto delle frasi?
  • Quali sono le conseguenze di un uso inappropriato delle parole?

In questa sezione del manuale vengono integrate le informazioni contenute nel precedente capitolo attraverso uno schema di domande e risposte studiato per rendere più facilmente comprensibile la materia trattata.

COME POSSONO ESSERE DEFINITI GLI ASPETTI DA TRATTARE?

Bisogna far riferimento al problema con poche parole che lo mettano a fuoco in un singolo pensiero, credenza, emozione, aspetto o schema di pensiero (si è dimostrato straordinariamente utile una descrizione della sintomatologia in termini di credenze circa lo stesso).

In proposito il Dott. Lammers suggerisce di formulare le frasi riferendosi a singoli aspetti che siano sottili "fette di salame" anziché cercare di affrontare direttamente il problema principale come è stato raccontato dal cliente perché questo significherebbe cercare di mangiare l'intero salame "in un sol boccone"! Confrontarsi con qualcosa che genera poco stress ha maggiori probabilità di successo e vedere scomparire un piccolo sintomo è il primo traguardo perché convincerà anche la persona più scettica, aprendola al potenziale di questa tecnica e permettendole di riconoscere il suo potere.

In generale questo atteggiamento è in linea con il principio con il quale opera la Logosintesi: un lento e graduale ammorbidire le rigide strutture energetiche congelate nello Spazio Personale.

COME SI PUO' AIUTARE IL CLIENTE NELLO SVILUPPARSI DEL PROCESSO?

La capacità del terapeuta risiede in larga misura nel saper definire i vari aspetti del problema che verranno trattati con le caratteristiche frasi della Logosintesi.

In effetti il processo si sviluppa in un susseguirsi di applicazioni delle frasi sui differenti aspetti che il terapeuta definisce sulla base delle risposte date dal cliente nella fase di "osservazione di ciò che è accaduto"; di fatto quindi il terapeuta deve sempre seguire e trattare le immagini raccontate dal cliente, anche quando sembrano essere positive.

Se si evidenziano immagini, situazioni e problematiche diverse, bisogna cercare di ricondurle ad un denominatore comune e, laddove non sia possibile, si dovrà chiedere al cliente con quale vuole continuare (non sempre l'intensità è il parametro decisivo).

Proceduralmente, dopo aver ripetuto la frase (di Tipo 1 o 2) il cliente non deve pensare a nulla e "lasciar agire" quanto ha appena detto; questa fase ha una durata molto variabile (spesso si prolunga per 30-60 secondi) e si è dimostrato utile suggerire al cliente di contare a ritroso (ad esempio da 19 a 1) per impegnare l'emisfero sinistro del cervello.

Quando quindi si nota il cliente diventare riflessivo bisogna chiedergli cosa sia successo, non come stia (per non indurlo a focalizzarsi su un'emozione e riattivare i vecchi schemi di riferimento), ed utilizzare la sua risposta per decidere il nuovo aspetto del problema su cui applicare la frase successiva. Ad esempio dovesse dichiarare di non potersi permettere qualcosa si dovrà lavorare su "questa oppressione" collocata nel suo Spazio Personale.

Nel caso il cliente provi qualcosa di molto inteso, lo racconterà anche se non gli viene chiesto di farlo e si potrà procedere chiedendogli quanto sente disturbante la cosa - sempre nel rispetto di quello che prova (non utilizzare mai la parola "fantasia" ma piuttosto "ricordo"). Di fatto bisogna invitare il cliente ad essere un osservatore distaccato di ciò che accade, non ad immergersi nei sentimenti che prova come dovrebbe fare in psicoterapia.

In particolare, se compaiono "memorie" nello Spazio Personale è opportuno che si limiti a "recuperare la propria energia da queste memorie" senza entrarci assolutamente perché sono solo Forme di Pensiero. In questa fase il cliente può essere guidato aiutandolo nell'identificare i mondi congelati nel suo Spazio Personale, in accordo con il modello definito dalla Logosintesi.

Per far questo è utile chiedergli dove ritiene si possa trovare intorno o dentro lui (o magari nella stanza) un ricordo, una persona, un'emozione, una paura ... Anche invitarlo a definirne l'aspetto, la forma o il colore sono stratagemmi straordinari che consentono al cliente di visualizzare il problema con cui si sta confrontando nel suo Spazio Personale ed il suo evolvere nel corso del processo. Si eviti però di guidarlo in immagini o percezioni sensoriali (qualsiasi visualizzazione di energia è ben accetta solo se spontanea).

Nel caso il cliente faccia domande dal taglio cognitivo, come ad esempio dove vada l'energia estranea che si allontana, lo si deve invitare semplicemente ad accettare la propria mente limitata e a permettere a sé stesso di non sapere.

COME ASSISTERE IL CLIENTE NELLA FORMULAZIONE DELLE FRASI?

E' necessario che sia il cliente a pronunciare le frasi della Logosintesi e quindi il terapeuta dovrà assisterlo pronunciandole in modo chiaro ed incoraggiarlo confermandogli di averle ripetute in maniera corretta (o correggerlo nel caso non lo abbia fatto in maniera esatta).

In particolare il terapeuta dovrà anche porre molta attenzione ad evitare che il cliente si identifichi come colui a cui appartiene il sintomo (non dovrà assolutamente dire

"la mia paura/malattia ...", ma piuttosto "questa paura/malattia ..."

e che, formulando la frase di Tipo2, non rimuova anche la propria energia
"Io rimuovo tutta la (mia) energia ...",

mentre sia estremamente specifico nella frase di Tipo1 facendo riferimento alla propria energia "Io recupero tutta la MIA energia ...".

Se la frase è particolarmente lunga può essere utile pronunciarla per intero e poi di nuovo frammentata in modo da dare al cliente la possibilità di ripeterla "a pezzi" agevolandolo nella dizione. In alternativa è possibile scrivere le frasi invitando il cliente a leggerle.

In generale offre sempre buoni risultati far ripetere la stessa frase più volte e, se se ne avverte la necessità, per essere certi di aver recuperato tutta l'energia invitare il cliente a concludere le ripetizioni della frase di Tipo1 con la formula "Recupero tutta la mia energia ANCORA legata a ...".

Un suggerimento da utilizzare con molta cautela è invitare il cliente a "dirsi ad alta voce" di lasciar agire la frase con l'intento di darsi il permesso di spegnere la mente dopo averla pronunciata, evidentemente in questo modo ci si dissocia e dovrebbe seguire un attento lavoro di identificazione e trattamento della parte dissociata.

QUANTO TEMPO DEVE ESSER LASCIATA AGIRE LA FRASE?

Dopo aver pronunciato la frase, sarà lasciato al cliente il tempo per lasciarla agire fintanto che, ad un certo punto, diventerà riflessivo e sarà evidente che si è accontentato del tempo avuto a disposizione.

Le prime volte e nei casi in cui non si sia sviluppata una buona alleanza con il terapeuta, occorreranno al cliente forse una decina di secondi ma, successivamente, si prenderà più tempo per andare in profondità. In questa fase il compito del terapeuta è quello di rendersi conto di quando il cliente "ritorni" troppo presto (riapra gli occhi qualora, come spesso avviene, li abbia chiusi) e, nel caso, fargli ripetere la frase. Se diversamente ha la percezione che sia trascorso più tempo del necessario, può interrompere il cliente chiedendogli direttamente cosa sia successo.

Per capire quando sia giunto il momento, il terapeuta può aiutarsi con un test energetico chiedendo l'apertura delle sue dita quando il processo sia terminato (all'apertura saranno trascorsi anche qualche secondo in più del tempo necessario) o confidare nelle sue sensazioni (il terapeuta è un'antenna di ciò che succede nel cliente), null'altro deve esser fatto mentre il cliente elabora le frasi.

Indipendentemente dal tempo che occorrerà al cliente per elaborare le frasi, sarà evidente al terapeuta quale frase avrà avuto più effetto per quel particolare caso, dipendentemente da dov'era l'energia. Si ricordi inoltre che far ripetere le frasi è sempre una buona strategia per rafforzare l'alleanza di lavoro tra terapeuta e cliente.

QUALE ATTEGGIAMENTO DEVE TENERE IL TERAPEUTA?

Il terapeuta deve far percepire al cliente la propria "presenza" al processo sopprimendo i propri meccanismi di razionalizzazione interni e mantenendosi distaccato, senza alcun coinvolgimento emotivo nei confronti dei mondi congelati, pur ascoltando ed assecondando quello che il cliente propone.

Di fatto in questo modo aiuta il cliente a tenere lo stesso atteggiamento, cosa molto utile perché il costante reagire alle strutture energetiche congelate presenti nello Spazio Personale è causa di un continuo dispendio energetico che priva il cliente delle necessarie risorse per risolvere i suoi problemi. Il terapeuta deve anche avere piena fiducia nel Potere delle Parole ed aspettare a praticare la Logosintesi fino a quando non avverta la sensazione che funzioni nonostante possa apparire strana.

Deve rinunciare alla tentazione di interferire cognitivamente nel processo ed utilizzare, a necessità, la Logosintesi su sé stesso con le formule "Io recupero tutta la mia energia dall'idea che tutto questo non funzionerà ..." e "Io recupero tutta la mia energia legata a tutte le mie reazioni a questo metodo ...", anche perché solo sperimentando il metodo su sé stessi si può superare completamente lo scetticismo e cambiare lo schema di riferimento che continua a farcela confrontare con ciò che già conosciamo e ci fa credere sia troppo semplice per poter funzionare.

Questa fiducia deve esser trasmessa anche al cliente permettendogli di riconoscere i progressi nel procedere con i trattamenti anche quando una problematica sembra non essersi risolta solo perché si è fatto un lavoro quantitativamente trascurabile (magari perché non si è stati sufficientemente specifici!), ne è subentrata un'altra molto simile o quando la Personalità Apparentemente Normale (di Facciata) del cliente copre i cambiamenti avvenuti a livello della Personalità Emozionale.

Con particolare riferimento al consueto subentrare di un'introiezione molto simile, magari un'altra immagine della stessa persona, si può riconoscere la differenza tra "prima" e "dopo" l'applicazione delle frasi facendo riferimento ad una diversa posizione dell'immagine all'interno dello Spazio Personale (per questo la collocazione dell'imprint va sempre definita con estrema precisione!) o ad una differente reazione a questa immagine, per tipologia od intensità (SUD).

E' comunque fondamentale capire che il terapeuta è una guida che crea uno spazio di lavoro attorno a sé; non deve assolutamente creare dipendenza ma limitarsi a far ripetere la frase che propone. Solo nel caso il cliente non sia in grado di parlare (magari perché è un infante) è opportuno che il terapeuta pronunci le frasi al suo posto; questo però sempre in prima persona ("Io recupero ...") e facendole precedere da un'introduzione quale "Io adesso sto facendo questo per te".

Lo Studio in cui avviene la seduta deve avere due sedie collocate a 90 gradi in modo che il cliente non guardi il terapeuta e sufficientemente distanti da "lasciare lo spazio per le introiezioni del cliente" (a necessità il terapeuta si sposterà anche durante il processo).

Anche il terapeuta non deve guardare negli occhi il cliente perché sarebbe irrispettoso nei confronti della sua Essenza collocarsi "sopra di lui".

COME SI POSSONO "FISSARE" I RISULTATI CONSEGUITI?

La stessa Logosintesi consente di trattare l'incredulità per i risultati conseguiti ("Recupero tutta la mia energia dal fatto che mi sembra strano star bene ...") ma anche eventuali introiezioni che suggeriscano che i risultati non potranno essere duraturi ("Recupero tutta la mia energia dall'immagine che tornerò a soffrire ...").

E' comunque utile chiudere la sessione di lavoro con una frase di adattamento del proprio Sistema Corpo-Mente-Anima al nuovo stato conseguito per mezzo del metodo: "Adatto il mio Sistema a questa nuova guida della mia Vita" o meglio, approcciando senza che sia richiesta volontà, "Il mio Sistema si adatta a questa nuova guida della mia Vita".

Si precisa che i risultati si ottengono e si mantengono sul presupposto, condiviso tra terapeuta e cliente, che esistano confini ben definiti nello Spazio Personale e nel Destino del cliente e che di conseguenza non bisogni accollarsi i sintomi di eventi passati o del Destino altrui.

QUALI EFFETTI PUO' AVERE SUL MEDIO TERMINE UNA SESSIONE DI LOGOSINTESI?

La Logosintesi induce cambiamenti significativi nell'equilibrio energetico delle strutture energetiche che popolano lo Spazio Personale: recupera energia dall'integrazione delle parti di Sé frammentate (per mezzo delle frasi di Tipo1) e ne utilizza per rimuovere le introiezioni cariche di energia estranea (quando si pronuncia una frase di Tipo2).

Il riequilibrio che segue sembra però risolversi a breve termine, diversamente l'eliminazione dei mondi congelati ne rimuove anche l'incessante dialogo interno che portavano avanti e questo spesso conduce ad un silenzio che presto si traduce in una sensazione di vuoto desolante, caratterizzata da molta stanchezza, che può durare intere settimane. Di fatto si sta imparando a riconoscere la tenue voce dell'Essenza una volta soppresso l'altisonante vociare delle introiezioni e questo potrebbe richiedere nuovi schemi per la comprensione del mondo! In questa fase il cliente necessita di supporto cognitivo ed emozionale ma anche, più semplicemente, dell'effetto stabilizzante di cui può beneficiare bevendo molta acqua.

Comunque, come per ogni altra sensazione, anche questo "vuoto" deve essere trattato per come viene percepito dal cliente, valutando se è ritenuto qualcosa di positivo (assimilabile ad un senso di libertà) o di negativo (quasi il cliente si sentisse perso).

A conferma della validità del metodo, bisogna dire che di norma l'effetto sugli aspetti trattati è duraturo anche a medio-lungo termine anche se spesso affiorano altri aspetti collegati con il problema preso in considerazione.

COME SI PRESENTA LA STRATIFICAZIONE DELLE DISSOCIAZIONI?

Il concetto di base del modello teorico su cui poggia la Logosintesi è il disallineamento Corpo- Mente-Anima che si verifica a fronte di un evento, di fatto si crea un mondo costituito dai Campi (Forme) di Pensiero di ciò che è successo a cui si continuerà a reagire come se stessero succedendo nel presente.

Nello Spazio Personale prendono quindi forma queste introiezioni, incapsulate dalle reazioni avute al momento dell'evento che sono quella dissociazione di una parte del Sé che contiene gli aspetti dolorosi ed incompresi dell'accaduto.

Attorno a questa dissociazione del Sé si forma poi un ulteriore strato al fine di negare questi aspetti troppo dolorosi, questo strato è la Personalità Apparentemente Normale - anch'essa una dissociazione. Di fatto quindi riconosciamo una doppia stratificazione nelle parti dissociate: un livello più interno contiene la reazione a ciò che è accaduto, quello più esterno la reazione a questa reazione.

Se il cliente si sente protetto nel rapporto con il terapeuta, gli consentirà dapprima di attraversare lo strato più esterno e, raggiunto il punto in cui prova dolore, di lavorare con la Logosintesi su questa prima dissociazione al fine di sciogliere le sottostanti introiezioni e guadagnare il contatto con il Sé Superiore.

Per quanto riguarda le dissociazioni come prima reazione alle introiezioni è importante capire che possono avere varie forme e che, anche se spesso si presentano come sintomi fisici, possono essere anche fantasie (chi ha le vertigini cede alla fantasia di cadere come reazione all'introiezione della memoria di una caduta da bambino) o credenze limitanti (chi vive con l'idea della povertà legata alla propria identità cede alla regola sviluppata come reazione all'introiezione di una frase udita da bambino quando suo padre gli ha spiegato che era nato in una famiglia povera).

Si precisa che sono queste reazioni dirette alle introiezioni la causa della sensazione di disorientamento che sovente si presenta una volta dissolto l'intero mondo congelato dal momento che abbisognano di controllo e, una volta scomparse, si ricorda ancora di dover controllare qualcosa ma viene a mancare ciò che si era soliti controllare.

IL PROCEDIMENTO PREVEDE CHE IL CLIENTE SOFFRA?

La procedura caratteristica della Logosintesi non fa soffrire perché non è necessario, di fatto affronta ciò che attiva la sofferenza, non la sofferenza stessa - con un esempio si potrebbe dire che lavora sull'immagine del defunto e non sul dolore da lutto.

Ci si deve chiedere a cosa si reagisce, qual'è la rappresentazione di qualcosa del mondo esterno (trigger) nello Spazio Personale che attiva il sintomo - è questa rappresentazione che la Logosintesi vuole eliminare (ogni sintomo ha un'immagine corrispondente nello Spazio Personale) .

Di fatto, se non si intervenisse sul trigger ma si neutralizzasse solo il sintomo, si finirebbe con il dimenticarsi del trigger, il sintomo si sposterebbe e sarebbe un continuo passare da sofferenza a sofferenza.

Per spostarsi dal sintomo al trigger ci si può aiutare procedendo con domande indirette che lavorano sulla collocazione spaziale dello stesso: "Se ci fosse un'immagine nel Suo Spazio Personale dove sarebbe?" e "Come sa che è collocata esattamente lì?".

Supponendo una reazione allergica al polline con una sintomatologia di "naso chiuso", il trigger è la rappresentazione del polline (che il cervello ha creduto fosse pericoloso e per il quale ha attivato una protezione con "naso chiuso") mentre il sintomo è il "naso chiuso" stesso.

Una corretta applicazione del processo eliminerà il trigger dallo Spazio Personale ma lo stesso sintomo potrebbe ripresentarsi in quanto associato come reazione anche ad altre rappresentazioni (esperienze con altre persone, in altre occasioni o con differenti pollini).

COME SI ACCEDE AL PROBLEMA NELL'INCONSCIO?

In Logosintesi l'accesso al problema nell'inconscio non può essere esclusivamente mentale: il terapeuta deve "stare con il cliente" piuttosto che "pensare al posto del cliente". Con questa premessa, se è vero che occorre estrema precisione nell'indirizzare uno specifico problema, è altrettanto vero che, con un adeguato lavoro di preparazione che abbia sintonizzato il cliente su un determinato evento, anche frasi generiche funzioneranno bene.

Ad esempio, dato al problema il nome "pallone blu", sarà efficace anche la frase "Io recupero tutta la mia energia legata a questo pallone blu ..." o addirittura, nel caso il cliente non sappia definire la problematica, si può utilizzare la formula "Io recupero tutta la mia energia legata a questa cosa che non so definire ...". Comunque è opportuno ricordarsi che, durante questa fase, sarà di aiuto ogni elemento che meglio definisca il problema - è questo il senso di chiederne la forma, il colore o la posizione nello Spazio Personale.

All'opposto, la completa mancanza di specificità lascerebbe all'inconscio tutto il lavoro di trovare il trigger - per quanto sconsigliato, si può tentare con la formula: "Io recupero tutta la mia energia legata alla rappresentazione di questo sintomo ..."

IN COSA SI DIFFERENZIA LA LOGOSINTESI DALLE ALTRE PSICOTERAPIE?

Tradizionalmente in psicoterapia si offre l'apertura dell'empatia al cliente perché non si è in grado di trattare la sofferenza, diversamente la Logosintesi considera il cliente un adulto e riconosce che ha già in sé la soluzione del problema.

Il cliente possiede il Potere e l'Essenza e quindi non ha bisogno né del terapeuta, né del suo supporto.

Quest'ultimo non deve intromettersi suggerendo che il cliente abbia bisogno di lui ma limitarsi a svolgere il suo lavoro di elevarne la consapevolezza, di instaurare un'alleanza di lavoro finalizzata a svelare ciò che già esiste, senza nulla aggiungere.

QUANDO E' OPPORTUNO APPLICARE LA LOGOSINTESI DOPO UN TRAUMA?

E' necessario che siano superati i sintomi da agitazione e che l'adrenalina cali prima di applicare la Logosintesi ma è altrettanto vero che trattare un trauma entro le 10 ore successive all'evento rende più probabile risolverlo. L'invito quindi è a prendesi cura della persona traumatizzata e, solo quando è tranquilla e si sente al sicuro, trattarla al più presto con la Logosintesi.

Si è infatti visto che un'applicazione del metodo quando il cliente si sente "ancora dentro" l'accaduto espone al rischio di amplificarne le conseguenze perché vi si è "entrati troppo".

COME BISOGNA COMPORTARSI IN CASO DI MANCATO EFFETTO DELLE FRASI?

Nel caso si sia certi di essersi focalizzati su un singolo aspetto e tuttavia non si abbia la percezione del più lieve cambiamento nel cliente dopo che ha pronunciato le frasi, è opportuno verificare che:

  • si sia lasciato sufficiente tempo affinché le Parole abbiano potuto agire; il cliente "osservi" con curiosità le proprie reazioni interiori e non "rifletta" razionalmente né "valuti" il processo (a questo si può ovviare applicando la Logosintesi al pensiero che la cosa non abbia senso) non si sia impazienti (anche in questo caso si può applicare le frasi all'impazienza);
  • non si sia frapposto un disturbante scetticismo sull'efficacia del metodo;
  • non si sia lavorato con la frase meno efficace;
  • il cliente non sia disidratato;
  • il cliente non sia stanco ed esaurito da precedenti cicli di applicazione delle frasi su altre tematiche;
  • il processo non sia ostacolato da un blocco quale potrebbe essere una credenza su sé stessi o la paura di perdere la propria esperienza di Vita;
  • il cliente non sia in grado di apprezzare il cambiamento perché si è dimenticato l'importanza che inizialmente aveva per lui il problema o la reazione che gli suscitava.

QUALI SONO LE CONSEGUENZE DI UN USO INAPPROPRIATO DELLE PAROLE?

Ogni volta che utilizziamo una parola in maniera inappropriata, di fatto stiamo mentendo e la nostra intelligenza corporea creerà di conseguenza uno squilibrio, un corto circuito, nel sistema elettrico del corpo inviando messaggi confusi anche al nostro DNA.

In particolare, il potere di manifestazione delle frasi che cominciano con "Io sono ..." è riconosciuto da diversi studiosi.

Nel suo libro "Quantum Healing" il Dott. Chopra sostiene che noi continuiamo a parlare al nostro DNA chiedendo di diventare ciò che dichiariamo di essere: ogni volta che diciamo "Sono triste e stanco" lo diventiamo un po' di più e, allo stesso modo, definendo un'allergia come "la mia allergia" la rendiamo ancora più nostra.












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